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Friday, June 7, 2013

Mostra fotografica sui divani del Cairo: un successo!


Copyright Gianluigi Pala
Vorrei ringraziare tutti coloro che son venuti alla mostra: "NARRAMI, OH DIVANO, UN RACCONTO..." del 25 maggio. 
Per quanto mi riguarda, e' stata un successo soprattutto perche' e' stata in grado di raccogliere in un solo posto cosi' tante persone a me care e a farmene incontrare tante altre!

Le reazioni son state entusiasmanti e il sottofondo dei rumori tipi del Cairo (raccolti da amici) ha reso la mostra ancora piu' suggestiva!Soprattutto a sentire la chiamata alla preghiera in terra leghista ;)

Spero ci siano altre occasioni. In effetti, c'e' la possibilita' che la mostra approdi a Genova!



Vi ricordo che la mostra rimarra' esposta ancora per due settimane all'Arci Fuorirotta di Treviglio, Via delle Battaglie in provincia di Bergamo.

Ringrazio, inoltre, Gianluigi Pala per le bellissime foto scattatemi e per la recensione della mostra che potete trovare qui






Partendo dal presupposto che l'arte debba essere condivisa, pubblico volentieri l'introduzione alla mostra sui divani del Cairo.




IL CONTESTO SOCIO-URBANISTICO del CAIRO:

La popolazione del Cairo oscilla tra una cifra “ufficiale” di 17 milioni e una di credo popolare che la fa ammontare ad un improbabile 30 milioni. In continua espansione, il Cairo si alimenta della frenesia cittadina originando un vortice di caos nel quale, però, vi sono quartieri che hanno trovato il loro spazio-respiro vitale nell’informalità. Una realtà, quest’ultima, rafforzata dagli ultimi avvenimenti legati alla Primavera araba egiziana.

Il crollo delle strutture gerarchiche, prima, e della loro attuale instabilita’ ha creato una dimensione libertaria dalla quale si è sprigionata un’inimmaginabile ondata di creatività artistica, culturale e ideologica in tutta la capitale. Liberati da un governo dittatoriale che ha soffocato le loro aspirazione per anni, gli Egiziani hanno avviato un processo di ri-appropriazione degli spazi pubblici e d’autogestione dello spazio urbano .

Negli ultimi anni, i media hanno mostrato i fatti più eclatanti: scontri, morti e soprusi; ma così facendo non sono stati in grado d’intercettare il cambiamento più latente che, tutt’oggi, attraversa le strade cairote: la volontà collettiva di partecipare alla formazione della propria città – non solo attraverso cemento e mattoni – ma anche attraverso la creazione di nuove reti sociali e la condivisione dello spazio pubblico.

Un processo iniziato il 25 gennaio del 2011, quando migliaia di persone hanno occupato Midan Tahrir chiedendo le dimissioni di Mubarak (ottenute l’11 febbraio 2011). Nel giro di pochi giorni furono montate le tende, mentre sempre più persone confluivano in Tahrir fino ad arrivare ad un milione (si parlò di millioneyya). Un’esperienza di vicinanza unica per il Paese. La condivisione di uno spazio così ristretto permise agli Egiziani d’entrare in contatto con realtà fino ad allora poco conosciute. Almeno inizialmente la piazza divenne, a livello micro, una società in grado di funzionare senza alcuna imposizione dall’alto, basata sul mutuo soccorso e l’autogestione degli spazi.

In tale contesto socio-urbanistico s’inseriscono i divani di questa mostra, i quali hanno assunto un ruolo diverso da quello tradizionale. Se si pensa ad un divano, solitamente, lo si concepisce come un semplice pezzo d’arredamento d’interni. Al Cairo invece, trovandosi sparsi per la città, son mutati in beni d’uso comune e in punti d’incontro per passanti, famiglie e quartieri interi. Esprimono, dunque, la coesione sociale, il senso di collettività e la solidarietà che caratterizza la cultura egiziana.  Mostrano il piacere di stare in compagnia, la generosità nel condividere i bisogni, la disponibilità nel mutuo aiuto, il desiderio di essere sempre comodi e…infine…una tendenza ad essere un po’ ficcanaso.

Questi divani hanno perso la loro funzione originaria e son stati assimilati dal caos cittadino diventando elementi integranti dell’ambiente urbano.

I DIVANI DEL CAIRO – I raccontastorie

Questo progetto nasce nella Città dei Morti del Cairo nel 2012 in un’afosa giornata di metà maggio. Stanca di trascinare i piedi nella polvere sotto un sole ardente, quasi instintivamente, mi son seduta su un divano abbandonato sul ciglio della strada. Era consumato: i braccioli di legno erano instabili e la base completamente sfondata, ma aveva comunque adempito al suo dovere, quello di accogliere un’esausta passante in cerca di sollievo. In quell’istante ho iniziato a fantasticare e a chiedermi di chi potesse essere quel divano, da quanto tempo fosse lì, quante persone avesse accolto, di quanti eventi fosse stato testimone e quanti racconti avesse ascoltato! Avvolta nell’abbraccio del divano, la mia immaginazione comincio’ a galoppare creando una serie di personaggi, trame e avventure.

In realtà, era il divano stesso che mi stava narrando ciò che lui aveva assorbito dalle gocce di sudore d'avventurieri ai fugaci sospiri d'innamorati divisi e alle attese impazienti di viaggiatori in partenza. Mi narrava ciò che i più loquaci, una volta accomodati su di esso, avevano raccontato al vento, alle formiche, a un passante o al divano stesso in perenne ascolto. Tutti momenti che la polvere del divano aveva conservato affinché potessero essere tramandati a chiunque si fosse posto in ascolto.
Da quel momento in poi cominciai a concepire i divani del Cairo come i raccontastorie della capitale.

Ovunque essi siano posizionati: su un marciapiede, in una strada polverosa o in quella piazza, simbolo della rivoluzione che ha tenuto con il fiato sospeso il mondo intero, essi son destinati ad essere scenografie nelle quali partecipano attori inconsapevoli che liberamente entrano ed escono di scena, sollevando nell’osservatore interrogativi quali:

Dove ci troviamo?
            A chi appartiene il divano?
                                   Perché si trova lì? …

Tutte domande che, se rivolte ai divani stessi, trovane molteplici risposte.

Le foto non sono volutamente accompagnate da storie preconfezionate proprio per stimolare la fantasia e i sensi dello spettatore, incoraggiarlo a porsi in ascolto e, aiutandosi con i particolari scovati nelle foto, ad intavolare un dialogo silenzioso con il divano.

In questo viaggio verso l’altra sponda del Mediterraneo, i divani ci accompagneranno per le strade cairote sollecitando la nostra immaginazione e la nostra capacità d’ascolto.


Tuesday, February 12, 2013

Midan Tahrir, Piazza della Liberazione...non delle donne

Torno a scrivere su questo blog perche', dopo tanto tempo, ne sento nuovamente la necessita'. 

Dal 25 gennaio 2013 - secondo anniversario della rivoluzione egiziana - sono passate diverse settimane e forse vi siete chiesti come mai non abbia scritto nulla a proposito.
In realta', trovo solo ora la forza di scrivere di cio' che e' successo in quella piazza, quel 25 gennaio, cosi' diverso da quello che ho vissuto personalmente un anno prima.
Confesso che avevo bisogno di interiorizzare perche', al momento, la rabbia che ho provato nel leggere degli stupri di massa avvenuti durante i festeggiamenti non mi permetteva d'esprimermi come avrei voluto. E sinceramente, faccio ancora fatica.

Mentre in Midan Tahrir risuonavano slogan che domandavano maggior dignita' e giustizia...nella stessa piazza a 19 ragazze son state negate prima l'una e poi l'altra.

Vestiti strappati da dosso, mani sconosciute, diventate in poco tempo centinaia di mani che, con prepotenza ti afferrano, ti strattonano finche' non crolli a terra, sotto la pressione di quei corpi ansimanti e senti...senti le dita che affondano violentando la tua sessualita', il tuo intimo, la tua umanita'. 

"All I remember is hands all over my body, grabbing under the layers of pullovers I was wearing, touching my breasts, opening my bra. More hands on my back and legs, my pants being pulled down...) My empty han tried to pull my pants back up when I fel fingers inside my ass and shortly after in my vagina. I dropped my purse and pulled up my pants again, or I tried at least. Then more penetration with fingers from the front and the back."

"I felt something pointed and became really afraid. I realized one of them had something pointy and small, and was trying to insert it or use it to cut my pants. I was screaming and really choking and crying, I couldn't do anything. (...) They were pulling the kefayya around my neck and choking me and dragging me by it and I was choking, I couldn't breathe...In the midst of all that shoving my sweater had reached my neck and my chest was completely naked. Everyone around me was grabbing my breasts and one of them was trying to undo my belt and pull my pants off my body, so there wouls be a place for someone else to stick his hand. He stuck his hands in my pants and kept scratching me with his fingers, grabbing me really hard and hugging me and screaming "Leave her along you shitheads, leave her alone!" While he was screaming he was sticking all his fingers inside my pants (...)"

Le testimonianze integrali le trovate qui e qui

Episodi del genere non son nuovi al Cairo (ne avevo parlato in Escalation delle aggressioni sessuali al Cairo),gia' all'epoca si ipotizzava il tentativo, da parte delle forze politiche vigenti e di una certa porzione della societa' civile, di voler marginalizzare le donne affinche' non partecipassero al cambiamento socio-politico del Paese. Questo il rinconsocimento dopo che son state una forza inesauribile durante la rivoluzione, spesso combattendo in prima fila accanto agli uomini.

Ora piu' che un dubbio, e' una certezza. La metodologia con cui avvengono queste aggressioni non e' casuale, si tratta di interventi sistematici e premeditati eseguiti da gruppi di uomini coordinati tra di loro e il cui obiettivo e' abbattare la coscienza politica delle donne usando lo strupro come arma.
Applicano uno schema collaudato che sembra essere sempre lo stesso, come spiega Farah Shash, psicologa de "El Nadeem Centre" (centro che si occupa della riabilitazione delle vittime di tortura): 15-20 uomini circondano la vittima tenendosi per mano e aumentando di numero durante l'assalto, fino ad arrivare a 50 uomini. Si vengono a creare due cerchi, uno interno composto da uomini che palpano, molestano e assalgono la donna fino ad arrivare a spogliarla e stuprarla anche con oggetti; mentre il secondo fa da cordone protettivo impedendo agli uomini venuti in soccorso di raggiungere le vittime. 

Nonostante l'evidente emergenza sociale (83% delle donne ha confessato d'essere stata molestate almeno una volta nel corso della loro vita), le donne egiziane non si son fatte scoraggiare: la paura, infatti, sembra non aver frenato la loro volonta' di ricoprire un ruolo attivo nel percorso decisionale del proprio Paese.

L'impunita', tuttavia, rimane una questione che va risolta. Non e' un caso se questi uomini (caratterizzati da una spiccata codardia) attaccano in gruppo: cio' rende difficile la loro identificazione. Ma, anche quando questa avviene, le denunce cadono nell'oblio e non viene quasi mai preso alcun reale provvedimento. Questo disinteressamento della tutela delle donne non fa altro che incentivare le molestie sessuali, e a fomentare la convinzione che siano le donne stesse le colpevoli delle violenze subite (il solito deja'-va). Di certo e' ancora piu' grave quando e' un'istituzione come il Comitato dei Diritti (dis-)Umani del Consiglio della Shura ad esprimersi in questo senso. L'11 febbraio 2013, il Comitato si e' espresso rispetto agli eventi accaduti a Tahrir sostenendo che le donne, consapevoli del pericolo che correvano in piazza, dovevano assumersi le proprie responsabilita' e ha fatto riferimento a casi di prostituzione avvenuti durante i festeggiamenti, ovviamente inesistenti. 


La taharosh
No alle molestie
Per fortuna, l'assenza dello Stato e' colmata dalla presenza di iniziative civili guidate da una rete di ONG Operation Anti-Sexual Harassment (comunicato ufficiale), unitesi con l'obiettivo specifico di combattere le molestie sessuali. Son state create delle ronde di volontari il cui scopo e' pattugliare soprattutto l'area di Tahrir e proteggere le ragazze da possibili aggressioni. Il loro lavoro prevede sia la prevenzione attraverso il monitoraggio che l'aiuto alle vittime. Tra queste organizzazioni Banat Misr Khatt Ahmar (Le Ragaze Egiziane sono la Linea Rossa) si occupa anche della riabilitazione dei molestatori affinche' quest'ultimi siano in grado di sensibilizzare altri uomini.


Vi lascio con questo video angosciante: Tahrir, woman assaulted - gang rape




Your mother and your sister know exactly how every girl u harass feels.


ps. Oggi ci e' stata la protesta mondiale contro le molestie sessuale subite alle donne egiziane

Tuesday, October 2, 2012

Pleasure with style - so sensual, so safe...

Sta facendo parecchio scalpore questo cartellone in shari3 Shaima che pubblicizza preservativi.

Ben vengano pubblicita' dedicate ai contraccettivi, ma in un Paese in cui le elezioni sono state vinte dai Fratelli Musulmani e dove il sesso e' ancora un taboo, non ci si aspettava di imbattersi in un mega-cartellone del genere :)

Spero sia solo l'inizio di una campagna di sensibilizzazione verso il sesso e la protezione contraccettiva dal momento che, secondo l'UNICEP, una stima di 11.000 egiziani hanno contratto l'AIDS. 1,540 i ragazzi tra i 15 ed i 24 anni.

Per ulteriori informazioni: HIV AIDS Egitto



in arabo c'e' scritto: cosi' sensuale, cosi' sicuro...

Thursday, September 6, 2012

Curiosita' linguistiche (3) - Roba bikya! Roba bikya!

Se vivi al Cairo e' molto probabile che la mattina tu venga svegliato dalla gracchiante voce di un rigattiere che a squarciagola urla: "Roba bikya!Roba bikya!"
(video:  Roba Bikya!)

Roba bikya...Roba bikya...
Roba vecchia!Ma e' italiano!Eh gia'!Com'e' possibile?



La famiglia d'Aleo prima di partire per l'Egitto
Gli Italiani d'Egitto sono sempre stati una comunita' consistente tant'e' che, nell'epoca pre-Nasseriana, rappresentavano il terzo gruppo etnico del Paese. 

Durante la Seconda Guerra Mondiale le condizioni economiche e sociali spinsero molti Italiani ad abbandonare la patria alla ricerca di prospettive future migliori. Ci fu una massiccia emigrazione verso l'Egitto che, all'epoca, non partecipando alla guerra possedeva maggiore stabilita'.

L'inizio di una vita nuova in un Paese straniero non e' sempre semplice. Coloro che non avevano una preparazione specialistica dovettero arrangiarsi e alcuni di loro si improvvisarono rigattieri. Lavoro che, in seguito, fu ereditato dagli Egiziani i quali storpiarono leggermente lo "slogan" iniziale. Per cui nel tempo Roba vecchia! divenne Roba bikya! termine con cui viene indicato il mestiere stesso.

Potete immaginare il mio disorientamento quando, durante le mie vacanze in Calabria (giusto qualche giorno dopo il mio rientro), sono stata svegliata dall'urlo sgrazziato di un rigattiere: "Roba vecchia, roba vecchia!".
Per un attimo ho pensato di essere ancora al Cairo, ma non capivo come mai la stanza non fosse quella del mio appartamento.


Il contributo che gli Italiani apportarono all'Egitto dal punto di vista archittetonico, artigianale, industriale e' visibile. A questo proposito suggerisco la visione di questo documentario: The Italians of Egypt - documentary

La famiglia Santoro alle piramidi

Monday, August 6, 2012

Sofa culture in Middle East - un progetto a lungo termine

Sofa culture in Midan Tahrir di fronte al Mogamma


Questo e' un progetto fotografico che intendo portare avanti negli anni avvenire: Sofa culture in Middle East

E' nato tutto un po' per caso. Durante i miei viaggi in Medio Oriente ho sempre notato la presenza dei divani per strada ma non li ho mai considerati parte della cultura ospitante finche' non ho iniziato a fotografarli e.....ora sono diventati la mia ossessione.

Che sia a piedi o in 3rabeyya (qualsiasi cosa a 4 ruote che si muove), ormai, instintivamente scruto tra le viuzze alla ricerca di un nuovo esemplare da fotografare. Appartenenti all'ambiente urbano, non sono semplici elementi d'arredamento: esprimono la natura estroversa degli arabi i quali sono socievoli, accoglienti e..diciamocelo, un po' ficcanaso.

Avendo iniziato questo progetto qui, al Cairo, per ora c'e' solo la sezione Cairo.

Se per favore potete darmi il vostro feedback sul progetto, ve ne sarei molto grata!


Un cane ronfa beatamente su un sofa nella
Citta' dei Morti

Friday, July 20, 2012

Perche' il sesso e' un taboo, ma il viagra....



Perche' il sesso  e' tabu' qui, ma pubblicizzare il viagra assolutamente no.

- Da dove arriva tutta questa "piacevolezza"
- Dalla farmacia, a 10 ghinee

Mi fa morire dalle risate...oooh Cairo. Quante contradizioni.


Cause sex is a taboo here, but advertising viagra is the most normal thing ever.

- Where did all this "pleasantness" come from?
- From the pharmacy with 10 ghinee

It's hilarious...oooh Cairo.So many contradictions.


Friday, July 13, 2012

Words of Women from the Egyptian Revolution | Episodio 1: Rasha Azab



Ci sono i sottotitoli in inglese ed in spagnolo (castigliano).
Words of Women from the Egyptian Revolution e' un documentario che da' voce ad alcune di quelle donne che hanno partecipato alla rivoluzione.


Il documentario non e' ancora terminato ed i realizzatori hanno lanciato un appello di raccolta fondi. Se volete contribuire cliccate su questo link: Words of women from the Egyptian revolution, dove vi vengono anche spiegati i dettagli del progetto.


Nel primo episodio incontriamo Rasha Azab, una donna di 29 anni, attiva politicamente dal 2000. Del suo racconto ci sono diversi passaggi che ho trovato interessanti. Vorrei evidenziarne un paio:

  • Rasha ci spiega come la gente sia convinta che Mubarak abbia "abdicato" in seguito ai 18 giorni di sit-in in Tahrir. Lei sostiene che, in realta', l'evento determinante che ha fatto capitolare il faraone sono state le 48 ore precedenti di scontri non stop. Se non fosse stato per la rivolta iniziata per strada e nei quartieri, la gente non avrebbe occupato Tahrir e la piazza non sarebbe diventata il simbolo della rivoluzione.
    Il fatto che ci siano stati degli scontri tra la polizia e gli egiziani significa che non si e' trattato di un movimento pacifista?Assolutamente no, signifca non "farsi pestare di botte per poi tornare a dormire" come e' stato per 50 anni sotto il regime di Mubarak.  La violenza usata (per di piu' lancio di sassi) e' stata insignificante paragonata a quella di Stato: "Qualsiasi istituzione oppressiva, qualsiasi forma di oppressione che schiaccia, insulta, umilia e tortura il popolo, merita d'essere abbattuto senza ulteriore esitazione."

  • Il risveglio di coscienza non dipende dall livello d'educazione ricevuto o dalla classe sociale a cui si appartiene. Porta come esempio la propria famiglia in cui il padre e la madre sono analfabeti.

  • La rivoluzione non e' avvenuta tramite Facebook o Twitter. Una rivoluzione avviene quando la gente scende per strada ed occupa gli spazi pubblici ribellandosi al sistema. Avviene "quando resiste, muore e si sacrifica per cose che sono importanti nella loro vita.". Il prototipo del rivoluzionario seduto davanti al computer e un'immagine che e' stata difusa dai media occidentali ed internazionali ma che in realta' non ritrae il reale aspetto dell'attivista nella rivoluzione egiziana.

Sunday, July 8, 2012

Cinema egiziano (1) - Il Caos di Shahine ( هي فوضي)





Produzione: Egitto 2007
Genere: Drammatico
Durata: 122'
Interpreti: Khaled Saleh, Mena Shalaby, Hala Sedky, Youssel el Cherif

Purtroppo non l'ho trovato con i sottotitoli per cui e' tutto in egiziano.

Heyya Faudi si svolge a Shubra, uno dei quartieri ex cosmopolitani che nel tempo hanno risentito della crisi economica, politica e morale deteriorandosi in aree abbandonate a se stesse. L'intero film e' basato sul contrasto tra i personaggi. Da un lato: Hatem, un poliziotto corrotto che tiene sotto il pugno di ferro l'intero quartiere, assetato di potere abusa della sua posizione per detenere prigionieri senza un'accusa e torturarli, mentre, nel fratempo, rilascia criminali secondo i suoi interessi. Dall'altro:  Nur e Sherif. Lei, una insegnante di inglese proveniente da una famiglia modesta, lui, un brillante ed integerrimo procuratore che cerca di ripristinare ordine e giustizia nella societa' egiziana

Nonostante la semplicita' della trama e i personaggi un po' stereotipati vi sono importanti elementi di critica politica. Il regista si scaglia esplicitamente contro la classe dirigente, i politici ed i militari, i quali, hanno tradito gli ideali panarabi di Nasser ed invece di dirigere il proprio paese, l'hanno impoverito moralmente favorendo l'insorgere del fanatismo religioso.

Shahine, alla fine del film, sembra suggerire che il caos creato dal decadimento morale puo' essere sconfitto solo dal caos prodotto dalla ribellione popolare. Per questo motivo in molti sostengono che questo film anticipi gli eventi della rivoluzione egiziana.

Friday, July 6, 2012

Escalation delle aggressioni sessuali al Cairo


Come ho evidenziato nel mio post: Vivere al Cairo da donna, le molestie verbali e psicologiche sono quotidiane. Negli ultimi mesi i casi di violenza sessuale/molestie sembrano essere aumentati in maniera preoccupante tanto da mobilitare le organizzazioni femministe.

Si tratta di un susseguirsi d'episodi che io iniziero' a riassumere a partire dall´8 giugno, quando, un gruppo di donne si e' dato appuntamento a Tahrir per rompere il silenzio chiedendo a voce unita: la fine delle aggressioni sessuali, la rivendicazione dei propri diritti e  la libera partecipazione alla vita politico-sociale senza discriminazioni di genere.
La necessaria presenza di uomini che fungessero da cordone protettivo e' la prova evidente che la mancanza di rispetto per la figura femminile e' ancora molto diffusa nella societa' egiziana dove la donna non puo' muoversi liberamente negli spazi pubblici senza subire umiliazioni verbali e/o molestie fisiche.


Tuttavia, questa  volta il cordone protettivo non e' stato in grado di reggere il feroce attacco di una folla di oltre 250 uomini, i quali, hanno assalito la manifestazione con bottiglie di vetro, bastoni, coltelli e tasers. Le donne hanno tentato di reagire, ma sono state bloccate mentre mani sconosciute si insinuavano fin sotto i vestiti violando la loro dignita' ed intimita'. La violenza era tale che ad una ragazza sono stati strappati di dosso gli indumenti.
(questo video riprende la manifestazione di quel giorno: Egyptian men and women protest sexual harassment


A mio parere, si e' trattata di una vera e propria spedizione punitiva organizzata. L'obiettivo e' quello di escludere le donne dal cambiamento politico-sociale che sta attraversando il paese inabilitandole a frequentare luoghi quali Tahrir senza la paura di subire violenza fisica e psicologica. 
Una vergogna se si considera il ruolo che hanno svolto le donne durante la rivoluzione. Sono state una componente essenziale. Sono state attiviste, manifestanti, madri che hanno perso i propri figli, martiri, medici e combattenti in prima fila durante gli scontri.... e va riconosciuto loro che hanno ricoperto tutti questi ruoli in una societa' notamente maschilista dove, di sicuro, non sono mancate le difficolta' e le discriminazioni. Nonostante cio', ora viene negato loro il diritto di ricostruire il Paese, il LORO Paese, per il quale hanno lottato e molte hanno dato la vita.

(non se ne parla spesso, ma tra i martiri, ovviamente, ci sono anche donne Lista dei martiri Egiziani)


Questo episodio non e' un'eccezione, e' un modus operandi che si e' ripetuto in diverse occasioni. L'anno scorso, durante la festa internazionale della donna dell'8 marzo, le manifestanti sono state molestate, palpate,derise ed insultate:
"Non siete ancora sposate, andate a trovarvi un marito"
"Questo e' contro l'Islam."
"Tornatevene a casa a lavare vestiti"
sono solo alcuni esempi.
Stesso copione quest'anno per la stessa ricorrenza. Abbiamo subito molestie e diverse volgarita' sono state urlate al nostro passaggio.


Cio' che mi chiedo e' da dove derivi questa paura da parte degli uomini nel permettere alle donne di partecipare attivamente a questa nuova fase, a concedere loro i diritti che le spettano e nel renderle indipendenti anziche' un peso per la societa'. (Confesso che e' una domanda che mi pongo anche rispetto alla nostra di societa'.)

L'apice e' stato raggiunto quando il 24 giugno una giovane giornalista inglese Natasha Smith, a Tahrir durante i festeggiamenti per la vincita di Morsy - il primo presidente egiziano democraticamente eletto, e' stata assalita da una massa di uomini e senza possibilita' di difendersi o fuggire e' stata aggredita sessualmente. Il suo racconto e' agghiacciante: "Please God, please make it stop".

Riprendo solo un passaggio: "Men began to rip off my clothes. I was stripped naked. Their insatiable appetite to hurt me heightened. These men, hundreds of them, had turned from humans to animals. Hundreds of men pulled my limbs apart and threw me around. They were scratching and clenching my breasts and forcing their fingers insied me in every possible way. So many men. All I could see was leering faces, more and more faces sneering and jeering as I was tossed around like fresh meat among starving lions."

Salvata e portata dai medici di Tahrir in una tenda, l'unico stratagemma perche' lei potesse uscire dalla piazza sana e salva e' stato quello di coprirla facendole indossare un niqab. Una volta in ospedale e' stata abbandonata a se stessa.



Una testimonianza che ha scosso tutte noi. Soprattutto chi, per un motivo o per un'altro, e' costretta a frequentare Tahrir e che conosce bene le dinamiche che si possono creare. Poteva essere chiunque di noi.

Personalmente, sono arrivata al limite della sopportazione. Quando cammino per strada faccio fatica a trattenermi dal mettere le mani addosso a chiunque si permetta anche solo di guardarmi in maniera libidinosa. E l'escalation di aggressioni di quest'ultimo periodo, di certo, non aiuta. Se sono esasperata io, posso solo immaginare le donne che sono costrette a vivere in una societa' come questa. 

Motivo per cui, oggi, sono andata all'ennesima manifestazione contro le molestie sessuali con la speranza che, una volta tanto, si trattasse di una vera e propria marcia e non di una passeggiata. Purtroppo, le mie aspettative sono state deluse. 

Liberta' e giustizia per le donne e gli uomini.
Ci saranno state 12 donne di numero, tra cui, piu' o meno, 4 Egiziane (c'e' chi ha sostenuto che non fosse importante il numero di Egiziane presenti alla protesta, io invece sostengo sia importantissimo. E' vero siamo tutte donne, ma questo e' il LORO Paese e sono i LORO diritti. Dov'erano le Egiziane? Perche' non era li' con tutte noi che, alla fine dei conti, prima o poi, torniamo in patria e non siamo costrette a subire tutto cio' ancora a lungo. Dov'erano?). Insomma, una tristezza indescrivibile. Erano di piu' gli uomini, atleti d'arti marziali che si erano offerti di prestarsi come cordone protettivo per l'occasione, che le manifestanti.





Io sono come tua sorella
C'e' da dire che ho apprezzato la presenza di quelle poche donne che hanno fatto lo sforzo di esporsi e che armate di pistole ad acqua riempite di vernice colorata per marchiare eventuali molestatori, di cartelli e bastoni, da piazza Talat al Harb si sono dirette a piazza Tahrir. Anche se...confesso che ho fatto fatica a trattenere le risate quando l'organizzatrice, appena prima di iniziare la marcia, ha concluso il discorso con: "Forza riprendiamoci la piazza". 
12 donne, non sono abbastanza per far cio'. Non e' questione di cinismo, ma di realismo.







La ragazza egiziana che ha preso la parola.
Sicuramente non hanno fatto la differenza, ma almeno hanno distribuito volantini ed una volta arrivate in piazza si sono allineate con i cartelloni ben in vista tentando di intavolare una discussione con gli uomini li' persenti (tenuti a distanza adeguata dal cordone protettivo). Una ragazza egiziana, dal viso molto espressivo e dai riccioli ribelli, ha preso la parola e  ha posto loro diverse domande: se trovassero giusto che le donne venissero molestate per strada, se si sentissero autorizzati a far cio' per come sono vestite e come si sentono quando sono le loro sorelle o madri a subire tali molestie. Sono stati molti gli uomini che durante la discussione si sono schierati con le ragazze sostenendo la causa, ma mentirei se dicessi che non ci sono stati episodi di molestie.


Non siamo state attaccate questa volta, alhamdulillah. Ma la mia amica non ha fatto in tempo ad allontanarsi dal gruppo che dei ragazzini hanno iniziato ad urlarle: "Fuck me, fuck me, fuck me".

E prima che la marcia partisse, in un slancio di ottimismo mi sono rivolta ad Ester:

"Per quanto deludente, ci sono tanti uomini che stanno partecipando, piu' di quanto mi aspettassi, e' positivo..."

"Si', uno ti ha appena squadrato il culo."

Un infiltrato che vista la moltitudine di donne, non ha perso occasione per dare un'occhiata. Letteralmente.


Interessante articolo, letto subito dopo la pubblicazione di questo post (neanche a farlo apposta): Sexual harassment rises in Egypt's Tahrir



Monday, July 2, 2012

Esplorare il Cairo, una foto alla settimana (1) - Masjid al-Rifai

La moschea al-Rifai.
tra il suq di Khan Khalili e la Cittadella (al-Al3a)

Adoro fotografare, e' una passione ed un bisogno.
Ogni settimana scelgo un quartiere del Cairo e vago cercando di catturare l'anima di Om al-Dunya.
Non tutte le foto sono presenti sul mio fotoblog: Rihla Saida: from Egypt to Palestine and back. Ho quindi pensato di creare questa nuova rubrica in modo tale da farvi scoprire il Cairo assieme a me.

Se avete critiche o consigli, siete i benvenuti :)

post correlati: Esplorare il Cairo, una foto alla settimana (2) - La Garbage City

I graffiti nella rivoluzione egiziana (2) - Samira Ibrahim, la forza di denunciare la pratica dei test di verginita'



Ritratto di Samira Ibrahim - Non sareste in grado di spezzarm

Figlia di una cultura dove gli abusi sulle donne vengono taciuti per paura, vergogna o semplicemente per mancaza di strutture specializzate, Samira Ibrahim ha avuto il coraggio di ribellarsi, di rompere quel silenzio e di sfidare apertamente lo SCAF denunciando i "test di verginita'" forzati praticati in prigione.

Samira, 25 anni, il 9 marzo 2011 viene prelevata da Piazza Tahrir ed arrestata con l'accusa di possedere molotov, d'atti vandalici e di non aver rispettato il coprifuoco. Durante quei 5 giorni di detenzione, Samira ed altre donne sono state picchiate, torturate con scariche elettriche e sottoposte ad umiliazioni fisiche e verbali: "Mi sono sentita stuprata, mentre ci sputavano addosso e ci trattavano come prostitute, i soldati ci accusavano di essere la rovina e la vergogna del nostro paese.", terminate con il "test di verginita'".

Un giorno fu chiesto alle donne di formare due file distinte: vergini e non vergini. Samira rientrava tra le non vergini. Quest'ultime furono portate in una stanza dove furono sottoposte al "test di verginita'" dal "dottore" Ahmed Adel, circondate da soldati che registravano l'accaduto con il loro cellulare.

Il ritratto di Samira Ibrahim che sovrasta l'esercito
e la cui faccia rimanda al dottore  Ahmed Adel
Come spiega con le lacrime agli occhi nel seguente video: Intervista a Samira Ibrahim (in arabo), "era solo un modo per umiliarci, per annientarci definitivamente dopo le ore di torture che avevamo subito."


In seguito alla decisione di denunciare lo SCAF, grazie al sostegno del padre, attivista politico ancor prima dello scoppio della primavera araba Samira ha ricevuto diverse minacce, anche di morte. Infatti le fu detto che avrebbe fatto la stessa fine di Khaled Said (I graffiti nella rivoluzione egiziana - Khaled Said)


Purtroppo questa storia non ha un lieto fine. Il 13 marzo 2012, ad un anno dalla sua detenzione, il dottore Ahmed Adel e' stato assolto, dato evidente di corruzione. Samira alla lettura della sentenza non e' riuscita a trattenere le lacrime, commentando in seguito su Twitter che ad essere stato violato e' stato l'onore dell'Egitto e che finche' potra' difendera' i diritti del popolo egiziano.

Thursday, June 28, 2012

Il fenomeno delle creme schiarenti

Sono in partenza. 
Tra un paio di ore affrontero' un viaggio di 8/9 ore in autobus per raggiungere Dahab, una localita' sul Mar Rosso. 

Dopo aver sbattuto al muro un tizio che mi ha toccato il culo, mi sono resa conto che sono arrivata al limite della sopportazione e che una pausa dal Cairo, dalle molestie e dal caldo soffocante mi avrebbe fatto null'altro che bene.

Oggi, sono andata al supermercato e sulle lista delle cose da comprare c'era, ovviamente, anche l'abbronzante. Obiettivo di questo fine settimana, oltre a rilassarmi, e' tornare al Cairo color cioccolato. 

Arrivata nel reparto cosemtica, non vi era molta scelta. Come a voler rispondere alla mia perplessita' per la scarsita' di abbrozzanti/creme solari a disposizione sullo scaffale, una donna con il niqab mi si avvicina e chiede:

"Scusa, sai quale sia la crema per schiarire la pelle?"

"No, mi dispiace!" mentre guardo tra i prodotti nel tentativo di aiutarla.

"Non lo sai?Sei bianca!"

Deve avermi scelto per quello. Mi aveva palesemente scambiato per Egiziana ed il fatto che fossi "bianca" deve averle suggerito (non so con quale logica) che io usassi la crema.

(vorrei sottolineare che non sono neanche cosi' chiara di pelle :/ )

"Si', ma sono anche Italiana" le rispondo sorridendo. Mi ero perfettamente resa conto che la mia risposta non aveva senso. Che fossi italiana non era una spiegazione del perche' potessi avere la pelle chiara, ma sapevo bene che lei l'avrebbe percepita come una delucidazione.

Dagli occhi presumo mi abbia sorriso anche lei e lasciatomi all'inutile ricerca di un abbronzante si e' rivolta ad una donna che sembrava saperne piu' di me. 
(non che fosse difficile)
Due donne al reparto cosmetica con due culture diverse, due esigenze diverse e due canoni di bellezza opposti. Sinceramente, al momento, ho trovato l'episodio divertente.




Sapevo di questo fenomeno nei Paesi arabi, ma una volta tornata a casa ho fatto una piccola ricerca, cosi', per curiosita' e....


Sono arrivata alla conclusione che l'approccio con cui queste creme o saponi in grado di schiarire la pelle vengono proposti al pubblico e' molto aggressivo, a tratti razzista e basato su una visione di bellezza eurocentrica.

La pubblicita' di Fair and Lovely, la marca piu' diffusa in Medio Oriente, mostra una ragazzina che dopo essersi laureata sogna di diventare una giornalista. La sua aspirazione, pero', e' ostacolata dal colore della sua pelle. E' troppo scura. Tutto cambia quando scopre Fair and Lovely. Grazie ad una pelle piu' chiara ottiene il successo.

Si potrebbe discuttere sul fatto che qualsiasi pubblicita' ha come intento quello di vendere e le aziende sono disposte a tutto affinche' cio' avvenga, ma credo che ci dev'essere un limite di decenza.
Che la pelle chiara sia sempre stata apprezzata nel mondo arabo e' vero. Non dipende completamente dalla globalizzazione o dall'influenza dei parametri occidentali. Se si aveva la pelle scura era perche' si lavorava presumibilmente nei campi, sotto il sole, attivita' che non si addiceva ad una donna di un certo rango. Motivo per cui, avere la pelle chiara e' sempre stata una caratteristica apprezzata da entrambi i sessi.
Ma qui, non e' piu' una questione che dipende dai diversi canoni di bellezza. Cio' che questa pubblicita' sta suggerendo e' che non avrai successo, felicita' e soldi nella vita a meno che tu sia bianca. Un'idea molto piu' pericolosa e appartenente ad una logica colonialista che mai mi sarei aspettata di vedere proiettata su uno schermo qui in Egitto.

Inoltre, trovo preoccupante che, ancora una volta, le donne invece di reagire ad una tale strumentalizzazione si siano adeguate. Secondo i dati, negli ultimi anni l'uso di queste creme in Egitto e' aumentato vertiginosamente.
Non fraintendetemi, non sto sostenendo che l'incapacita' di reagire sia solo delle donne egiziane o arabe. Parliamoci chiaro, le donne occidentali sono influenzate allo stesso modo e spesso anche loro non si rendono conto di come il nostro corpo sia sfruttato e calpestato da canoni di bellezza assurdi.

Ma cio' che mi ha colpito maggiormente di questa strumentalizzazione e' come venga confezionata l'idea secondo la quale se hai la pelle chiara hai le porte del successo spalancate; se invece accetti il fatto che essendo araba puoi avere la pelle un po' piu' scura degli occidentali ( o l'immagine stereotipata che si ha di loro), allora sei sfigata e non ti realizzerai mai nella vita.


Sunday, June 24, 2012

Morsy, il nuovo presidente egiziano

Gli Egiziani attendano con ansia l'annunciazione
del nuovo presidente egiziano.
L'annunciazione doveva avvenire alle 3, ma molti Egiziani
si erano gia' raggruppati a Tahrir ore prima rimanendo ore sotto il sole
La tensione sale. Finl all'ultimo si e' temuto che Shafiq potesse vincere.
Cio' avrebbe significato la sconfitta della rivoluzione.
Pochi minuti prima dell'annunciazione...
La felicita' per la vincita di Morsy, il primo presidente egiziano
democraticamente eletto 
Molte donne erano in piazza per partecipare alle celebrazioni
Abbracci e lacrime di felicita'.
Molte donne hanno partecipato attivamente alle celebrazioni



 Il primo presidente egiziano democraticamente eletto: Mohamad Morsy





Saturday, June 23, 2012

Tahrir vs SCAF, ancora una volta


La Commissione Elettorale ha rimandato l'annunciazione dei risultati delle elezioni presidenziali tenendo l'Egitto con il fiato sospeso. In realta', nonostante la confusione degli ultimi giorni, e' evidente che il vincitore sia Morsy.









Tuttavia nelle ultime ore sui social network si e' diffusa la notizia secondo la quale domenica Shafiq verra' dichiarato il nuovo presidente egiziano. Il che chiuderebbe il cerchio e confermerebbe il tentativo, ben riuscito, di colpo di Stato da parte dello SCAF. Quest'ultimi hanno tutto l'interesse di stabilire nuovamente l'ordine pre-esistente e Shafiq rappresenta il candidato ottimale dal momento che fin da subito ha sostenuto di ispirarsi al regime di Mubarak.






Se questo scenario dovesse realmente materializzarsi, molti parlando di una possibile seconda rivoluzione.


Per vedere le altre foto visitare: photoblog Rihla saida: from Egypt to Palestine and back

Wednesday, June 20, 2012

Guida su come ordinare un caffe' al Cairo


Ci sono tante cose che accomunano noi Italiani agli Egiziani e non c'e' da meravigliarsi. Dopottutto, apparteniamo a sponde diverse dello stesso mare. Tra queste caratteristiche c'e' l'amore per il caffe'. 
Se noi la mattina ordiniamo: "un'espresso!", "un caffe' macchiato!", "un caffe' ristretto in tazza grande macchiato freddo!" oppure "caffe' lungo in tazza grande con latte freddo a parte!" Raggiungendo livelli di combinazioni inimmaginabili. Gli egiziani invece si affidano ad altre categorie.

Ma prima credo sia interessante partire dell'etimologia della parola e ripercorrere la sua storia e di come e' giunto in Italia ed in Egitto.

Etimologia: 
la parola caffe' proviene dal termine turco kahve che a sua volta e' stata presa in presito da qahwa in arabo.


Storia (versione bigino):
Le prima testimonianze dell'uso del caffe', intesa come bevanda, risalgono alla meta' del 15imo sec. Sembrerebbe, infatti, che nei monasteri sufi (mistici islamici).in Yemen se ne facesse consumo fondamentalmente per rimanere svegli durante le loro veglie notturne. Come scrive Abd al-Qahir al-Jaziri, lo sheikh Jamal al-Din al-Dhabhani si era reso conto che le proprieta' del caffe' allontanavano la fatica e la sonnolenza apportando vitalita' e vigore al corpo.

Inizialmente i chicchi di caffe' furono esportati dall'Etiopia allo Yemen dove nacquero diverse coltivazioni. Da Mokha (citta' di porto yemenita) il caffe' si diffuse prima in Egitto poi in Nord Africa e nel 16simo sec. in Medio Oriente, Persia e Turchia.

Il primo a portare i chicchi di caffe' in Europa fu l'esploratore Marco Polo, il quale, in viaggio per il Medio Oriente, decise di fermarsi brevemente a Sur in Libano. Li', incontro' un mercante yemenita proveniente da Mokha che gli vendette dei chicchi di caffe' che sarebbero arrivati prima in Italia e poi in tutta Europa.

Piccola osservazione: facile capire perche' chiamiamo la macchinetta del caffe' moka


La cultura del caffe' in Egitto:

Il termine ahwa, come detto precedentemente, significa caffe' ma indica anche il luogo: caffetteria. Tuttavia, a volte, viene usato anche per definire bar/pub come nel caso dell'ahwa Horreya in Bab el Luk.

Gli ahwa sono molto diffusi e rappresentano un luogo di svago e di ritrovo, aperto fino ad ore tarde, dove e' possibile socializzare, fumare la shisha, giocare a domino od a tawla (backgammon).



Quando si ordina il caffe' (ahwa turki) bisogna specificare sempre quanto zucchero si vuole:


  • ahwa seda ( قهوة سادة) e' senza zucchero
  • ahwa alri7a (قهوة الريحة) e' con poco zucchero, magari giusto un cucchiaino
  • ahwa mazbut (قهوة مظبوط) e' una via di mezzo, quindi due cucchiaini piu' o meno
  • ahwa zieda (قهوة زيادة) con molto zucchero


io comunque suggerisco di specificare quanti cucchiaini si vuole o chiedere di portere lo zucchero a parte in quanto il loro concetto di tanto e poco e' molto diverso dal nostro. Tendono a zuccherare molto sia il caffe' che (soprattutto) il te'.

Una curiosita' culturale: quando gli egiziani devono affrontare una tragedia od un dispiacere solitamente bevono il caffe' rigorosamente senza zucchero proprio per sottolineare il momento di lutto.
Quindi, per esempio, durante la veglia di un funerale e' buona usanza bere l'ahwa seda.



Ben presto aggiungero' delle foto di ahwa in giro per il Cairo!

alla prossima!

se volete dare un'occhiata alle mie foto: Photoblog: from Egypt to Palestine and back

Friday, June 15, 2012

I graffiti nella rivoluzione egiziana (1) - Khaled Said

Murales dietro il Mogamma.
Khaled Said e' la figura sulla destra.
C'e' scritto: Khaled Said, martire del sistema.
Da quando il seme della Primavera Araba ha dato vita alla rivoluzione del 25 gennaio, l'Egitto ha assistito ad una fioritura dell'arte in tutte le sue sfaccettature: la fotografia, la musica, il teatro, la pittura....
Credo che l'arte sia una delle forme di resistenza piu' potenti ed uno dei mezzi piu' pericolosi nella proliferazione di idee rivoluzionarie. Ed e' in questo contesto di rinascimento artistico che i graffiti hanno assunto un ruolo fondamentale nella narrazione della ribellione di questo popolo.

Per questo motivo ho deciso di scegliere tra quelli piu' significativi e spiegare le storie che vi sono dietro a questi visi, slogan e figure che decorano la capitale.

Non potevo non iniziare dal blogger Khaled Said, primo martire e scintilla della rivoluzione egiziana.






Murales dedicato a Khaled Said
Khaled Said aveva 28 anni quando il 6 giugno 2010 dei poliziotti in borghese l'hanno prelevato da un internet cafe', l'hanno trascinato per strada e, nonostante le suppliche di smettere, l'hanno massacrato di botte, finche' sfigurato, non ha smesso di respirare. Il suo corpo esamine e' stato scaricato di fronte a quello stesso internet caffe'. Il motivo di tale trattamento era dovuto al fatto che Khaled era entrato in possesso di video che mostravano la violenza perpetuata dalla polizia sui prigionieri, brutalmente torturati.  Il giovane alessandrino, spinto da un forte senso di giustizia, pubblico' i video su internet.

Ci fu un iniziale tentativo di insabbiare l'omicidio dichiarando che Khaled fosse morto per asfissia dopo aver ingoiato un pacchetto di marjuana per sfuggire all'arresto. Ma, fortunatamente, diverse organizzazioni dei diritti umani hanno respinto il rapporto affermando che si trattava di un altro escamotage pro-regime.

La reazione della societa' civile non tardo' ad arrivare. Ci furono manifestazioni, proteste e nel giro di poche ore dalla notizia si formarono diversi gruppi facebook tra cui: We are all Khaled Said.




Il viso di Khaled Said, simbolo dello scoppio della rivoluzione.
La scritta: Scendi (per strada), perche' i martiri ti guardano
La sua morte ha scoperchiato questioni molto importanti che fino ad allora non erano state realmente state discusse in maniera critica. Prima di tutto l'uso della tortura dell'ex-regime Mubarak, ed in secondo luogo le leggi d'emergenza in vigore sin dall'assassinio di Sadat (1981). Queste leggi permettono l'arresto e la detenzione di cittadini senza il giusto processo previsto dal codice penale e dando spazio ad indicibile abusi di potere.






Alcune foto della manifestazione tenuta l'anno scorso, davanti al Ministero degli Interni, contro la tortura ed in ricordo di Khaled Said.




Se volete vedere altre foto del Cairo, date un'occhiata al mio fotoblog: Rihla saida, photoblog from Egypt to Palestine and back

post correlato: I graffiti della rivoluzione egiziana (2): Samira Ibrahim